Intestazione



Le mie citazioni preferite

C'è gente che possiede una biblioteca come un eunuco un harem (Victor Hugo)
Il mediocre imita, il genio ruba (Oscar Wilde)
Amicus Plato, sed magis amica veritas – Mi è amico Platone, ma ancora più amica la verità (Aristotele)
Se devi parlare, fa' che le tue parole siano migliori del silenzio (Antico detto cinese)
Contro la stupidità neppure gli dei possono nulla (Friedrich Schiller)
Disapprovo le tue opinioni, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di esprimerle (Voltaire)
Lo stolto ha solo certezze; il sapiente non ha che dubbi (Socrate)
Sognatore è un uomo con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole (Ennio Flaiano)

sabato 8 settembre 2012

Premio...

La dolcissima Sheryl mi ha appena assegnato il premio Blog Diamond Award.


Riporto di seguito il regolamento:

1) Citare chi ha creato questo premio: si tratta di Roberta-RobyBeauty.

2) Essere iscritte al mio blog: boh?! questo punto, in tutta sincerità, mi lascia indifferente.
3) Premiare 5 blogger e ringraziare chi vi ha assegnato il premio: Sheryl l'ho ovviamente già ringraziata.

In quanto a chi assegnare il premio... preferirei lasciarlo a tutti i miei amici blogger, ma per rispetto del regolamento mi tocca fare una scelta (mi scusino gli altri):
  1. Il cielo di Linda
  2. leggerevolare
  3. Una vita movimentata
  4. uno spicchio di cielo
  5. suzieq11
 Un saluto e un sorriso dal vostro
Cosimo Piovasco di Rondò

mercoledì 5 settembre 2012

Se Shakespeare fosse nato a San Donà

Anche questo articolo comparve nel periodo iniziale della mia frequentazione di Splinder, e anch'esso è scomparso dietro il continua a leggere. Visto il gradimento del post precedente lo ripubblico qui: poiché è piuttosto lungo lo dividerò in due puntate.



Il gioco, come ovvio, consiste nel tradurre letteralmente in italiano (o viceversa) i nomi di personaggi storici stranieri, modificando di conseguenza le loro biografie in modo da trarne, se possibile, effetti comici o grotteschi.
I riferimenti sono tali e tanti che anche chi non conosca le lingue non avrà difficoltà ad individuare i personaggi in questione; se comunque qualcuno nutrisse delle perplessità su alcune voci, non ha che da dirlo e fornirò le soluzioni.
Si vada dunque a cominciare con questo viaggio di andata:

Crollalanza, Guglielmo: drammaturgo veneto, nato nel 1564 a San Donà di Piave. Scrisse numerose commedie ambientate nella sua terra, e divenne famoso narrando del triste amore tra due adolescenti veronesi appartenenti a famiglie rivali. Accusato di razzismo per aver messo in cattiva luce un famoso generale veneziano di colore, dipingendolo come individuo violento e soggetto ad incontrollati attacchi di gelosia, e in seguito per aver apertamente accusato un mercante ebreo di vendere libbre di carne a prezzi esorbitanti, cadde in disgrazia presso il governo della Serenissima e fu costretto ad emigrare, facendo perdere le sue tracce. Da fonti non accertate risulta che si sia trasferito in Inghilterra, dove sarebbe morto in data non precisata.

De Maestri, Edgardo L.: poeta toscano (1869 – 1950). Laureato in giurisprudenza, fu a lungo irriso dai colleghi per la sua abitudine di comporre versi durante le udienze in tribunale. Accusato di necrofilia perché trascorreva gran parte del tempo libero passeggiando per i cimiteri, si vendicò scrivendo un volume d’immaginari epitaffi, che intitolò Antologia di Poggibonsi, nel quale metteva alla berlina i suoi concittadini, e che gli diede ampia notorietà.

Droghieri, Raimondo: scrittore di romanzi gialli, nato a Genova (1888 – 1959). Esordì quasi cinquantenne in letteratura, rivoluzionando lo schema del giallo d’azione con le sue storie violente ambientate nei vicoli della città vecchia, tra prostitute, contrabbandieri e scaricatori di porto. Ha creato la leggendaria figura dell’investigatore “duro” con l’impermeabile chiaro, la sigaretta all’angolo della bocca e il perenne intercalare: “Belin, figgieu!”.

Molinaro, Enrico: narratore bolognese (1891 – 1980). Iniziò la carriera letteraria scrivendo racconti erotici per le cosiddette riviste da barbiere, che poi raccolse in un volume dal titolo Il Nesso del Sesso nel Plesso, del quale non volle mai spiegare il significato ai numerosi critici che glielo chiedevano. Divenne poi famoso in tutto il mondo per i suoi romanzi che descrivono sfrenate avventure sentimentali vissute nel corso di numerose crociere tra i due tropici.

Viadorlando, Ernesto: romanziere e giornalista torinese (1898 – 1961). Spirito avventuroso, si arruolò volontario nella prima guerra mondiale e si mise in evidenza coi suoi brillanti reportage di guerra. Amante della caccia, testimoniò questa sua passione in opere come Verdi colline del Monferrato, Breve la vita felice del conte Francesco e Le nevi del Cervino. Morì suicida nella sua casa di Pantelleria, dove si era ritirato in età avanzata, dedicandosi alla letteratura e alla pesca.

Obbene, Giorgio: romanziere e saggista romano (1903 – 1950). Inviato speciale durante la seconda guerra mondiale, fu espulso da Togliatti dal PCI, al quale era iscritto da tempo, per aver pubblicato nel 1945 La casa delle bestie, che i dirigenti comunisti interpretarono come un’impietosa satira del regime sovietico. Annoverato in seguito tra gli scrittori di fantascienza dagli appassionati del genere, le sue opere di satira fantastica sono state accostate, da molti critici, a quelle di Rondoni (ved.).

Rondoni, Gionata: scrittore milanese (1667 – 1745). È considerato il capostipite della fantascienza sociologica; il suo capolavoro, I viaggi di Gioanin Brambilla, descrive avventure fantastiche e satiriche di un buffo personaggio in paesi popolati da nani e giganti.

Due, Marco: pseudonimo di Samuele Clementi, scrittore pavese (1835 – 1910). Pilota, in gioventù, delle chiatte che navigavano il Po, trasse il suo pseudonimo dal grido dei battellieri che, con una lunga pertica, misuravano la profondità del fiume per evitare le secche. Autore di romanzi umoristici come Un siciliano alla corte dei Savoia, ha creato indimenticabili figure di ragazzi liberi e ribelli, il più famoso Masino il Segaiolo.

E adesso il viaggio di ritorno:

Meadows, John: poeta inglese (1855 – 1912). A lungo insegnante di lingua e letteratura inglese all’università di Londra, è considerato il più insigne esponente del crepuscolarismo britannico di fine ottocento; la sua poetica del little boy, basata sull’osservazione della natura con lo sguardo innocente della fanciullezza, ha profondamente influenzata tutta la successiva poesia di lingua inglese.

Bigbeef, Alexander: scrittore e poeta scozzese (1785 – 1873). Nato da nobile e agiata famiglia (il padre Peter era Earl of Inverness), manifestò precoce vocazione alla poesia. È considerato il più importante innovatore della lingua inglese di tutti i tempi (famosissima la sua espressione sciacquare i panni nel Tamigi); il suo capolavoro The betrothed è considerato il capostipite del romanzo anglosassone moderno.

Rod, John: romanziere americano (1840 – 1922). Autore dapprima di romanzi storici, divenne famoso per le sue storie realistiche, aventi a tema la vita quotidiana della povera gente, ambientate nel profondo sud degli Stati Uniti. Tra i suoi capolavori The stuff, The she–wolf, Rustic Tales.

Il resto alla prossima puntata.
Un saluto e un sorriso dal vostro
Cosimo Piovasco di Rondò

domenica 2 settembre 2012

Onomastica calviniana

(Nota a margine: nel salvataggio del mio vecchio blog da Splinder a iobloggo qualcosina si è persa, in particolare gli interventi pubblicati in abstract (i famosi continua a leggere), dei quali ho fatto un certo uso soprattuto nelle fasi iniziali; ne ripubblicherò quindi qualcuno qui di tanto in tanto, cominciando da questo che, come ho raccontato qualche giorno fa, mi ha ispirato il nickname col quale tutti ormai mi conoscono).

ONOMASTICA CALVINIANA
Analisi semiseria dei nomi dei personaggi nell’opera di Italo Calvino
Nel multiforme, composito e immaginifico universo fantastico di Italo Calvino, l’estraneità della narrazione dal nostro vivere quotidiano si manifesta già attraverso i nomi dei protagonisti di romanzi e racconti. Nomi spesso strampalati – e quindi, in qualche misura, alieni – altre volte dichiaratamente simbolici, che quasi rappresentano una sorta di dichiarazione d’intenti dell’autore nei confronti della sua opera.
Esaminare la totalità dello sterminato esercito dei personaggi di Calvino è impresa praticamente impossibile, e anche riuscendovi occorrerebbe non già un semplice articolo ma bensì un intero volume. Ci limiteremo a qualche esempio, giusto per fornire ai lettori l’occasione per riflettere – e, speriamo, anche per sorridere – su un aspetto spesso trascurato dell’opera di questo gigante della letteratura italiana del ventesimo secolo. 
Qfwfq: già nell’impronunciabile e palindromo nome del protagonista, Le Cosmicomiche annunciano la propria natura di narrazione sospesa tra la fantascienza, il surrealismo e la favola morale; anche gli altri personaggi, che vivono strampalate avventure, come raccogliere formaggio a cucchiaiate dalla superficie della Luna, giocare con le molecole primigenie dell’universo in formazione o scoprire i colori del mondo, hanno nomi non meno assurdi: il capitano Vhd Vhd, la sorella G’d(w)n, la nonna Bb’b, il signor Hnw (quello che poi diventò un cavallo)… e mille altri.
Ludmilla Vipiteno: è la lettrice di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Più ancora dell’inconsueto nome Ludmilla, è significativa la scelta del cognome, un nome di paese a sua volta artificiale: Vipiteno è infatti una delle tante bislacche invenzioni del regime fascista per italianizzare i nomi tedeschi del Sud Tirolo/Alto Adige (in questo caso Sterzig); anche gli altri personaggi del romanzo non sono da meno: la sorella di Ludmilla, Lotaria; gli scrittori Ukko Athi e Tazio Bazakbal, i professori Galligani e Uzzi-Tuzii… mentre per converso il protagonista (curiosa e indovinata sintesi tra la figura dell’autore e quella del lettore) non viene mai nominato, neppure una volta, nel corso dell’intero romanzo.
Marcovaldo: con singolare equilibrio Calvino inventa per i personaggi di questa stralunata raccolta (Marcovaldo ovvero Le stagioni in città) nomi inconsueti sì, ma per niente – come invece altrove – fantastici: dal protagonista alla pragmatica moglie Domitilla, ai figli maggiori Isolina e Fiordaligi (già dal nome romantico e sognatore come poi si rivela effettivamente nella narrazione), ai piccoli Daniele e Michelino (i più normali – in tutti i sensi – della famiglia). Allo stesso equilibrio sono improntati anche alcuni dei personaggi di contorno, il vigile urbano Tornaquinci, l’agente pubblicitario Dottor Godifredo…
Diomira, Isidora, Dorotea e le altre: le Città invisibili che Marco Polo racconta a Kublai Kan nell’omonimo romanzo recano, tutte e cinquantacinque, un diverso nome di donna. Qui sarebbe inutile tentare di individuare puntualmente nei singoli nomi intenzioni simboliche, stante l’atmosfera rarefatta e onirica che regna in questa sorta di catalogo dei sogni. Non a caso l’incipit dell’opera svela che Non è detto che Kublai Kan creda a tutto quel che gli dice Marco Polo quando gli descrive le città visitate nelle sue ambascerie…
E dunque bisogna contentarsi di gustare, assieme alle straordinarie invenzioni letterarie e visive dei panorami urbani descritti dall’esploratore veneziano, anche i suggestivi nomi femminili che li identificano: da quelli – ancorché inconsueti – in qualche misura normali, come Olivia, Ottavia, Melania, Irene, Tecla, Cecilia, Teodora… ad altri esotici o arcaici ma in qualche modo riconoscibili: Isidora, Dorotea, Anastasia, Tamara, Zoe, Zenobia… fino ad arrivare ai nomi mai sentiti (e sono l’assoluta maggioranza) e – probabilmente – inventati di sana pianta: Despina, Zobeide, Isaura, Valdrada, Eutropia, Zemrude…
Biancone: l’amico di gioventù del narratore, co-protagonista dei racconti realistici del tempo di guerra (Gli avanguardisti a Mentone, Le notti dell’UNPA), è stato da molti identificato in Eugenio Scalfari, il direttore di Repubblica (che è stato effettivamente compagno di scuola e amico di Calvino); l’interessato ha tuttavia pubblicamente smentito in più occasioni, giungendo ad affermare (se ben ricordo un’intervista televisiva di qualche anno fa) che Biancone esisteva, sì… ma il suo vero nome era Dentone…
E questa sembrerebbe una delle poche occasioni nelle quali la realtà sia riuscita a superare in fantasia la sfrenata immaginazione di Italo Calvino.
Medardo, Cosimo, Agilulfo: i nomi dei protagonisti della trilogia I nostri antenati, da molti considerata il capolavoro del nostro scrittore, sembrano essere presi di peso dal mondo dei fumetti, o addirittura essere stati inventati per esso. Il Visconte dimezzato Medardo di Terralba, guerriero spaccato in due da un colpo di cannone dei nemici turchi e diviso in una metà buona e in una cattiva, ha un nome quasi deludente nella sua apparente normalità; non sfugge tuttavia un’allusione simbolica nel nome Terralba, che reca in sé (come molti dei luoghi trasfigurati della trilogia) un’impronta ligure, retaggio di quella riviera di ponente dove Calvino ha trascorso molti anni della sua vita.
Più scopertamente beffardo il nome di Cosimo Piovasco di Rondò, il Barone rampante, che quasi sembra anticipare la presa in giro della nobiltà della Contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare inventata qualche anno dopo da Villaggio/Fantozzi; anche in questo caso il cognome Piovasco ha evidenti reminiscenze liguri, come scopertamente rivierasca è l’ambientazione del romanzo nell’immaginaria contrada di Ombrosa.
Ma dove il genio di Calvino si scatena in tutta la sua ghignante fantasia è nel battezzare il suo Cavaliere inesistente, Agilulfo Emo Bertrandino dei Guildiverni e degli Altri di Corbentraz e Sura, cavaliere di Selimpia Citeriore e Fez, esilarante summa di tutte le esagerazioni e le ridondanze della narrativa cavalleresca, e insieme degno e paradigmatico corollario di un personaggio che non esiste, e tuttavia vive, parla e agisce in un’armatura vuota, tenuto insieme dalla propria volontà di esistere. Una tra le più originali e indimenticabili (come il suo nome!) figure di tutta la storia della letteratura.
Palomar: scopertamente (e forse un po’ banalmente) simbolico è il nome del protagonista dell’ultimo romanzo di Calvino; nome che – proprio per la sua immediata evidenza – risulta deludente in confronto alle precedenti, imprevedibili alzate d’ingegno dell’autore.
Come vagamente deludente (a giudizio di chi scrive) risulta anche l’opera, raccolta di riflessioni tra l’aneddotico e il filosofico, con sprazzi di singolare lucidità e profondità, ma connotata da un inevitabile sentore di accademismo, estrema prova di un venerabile maestro ormai conscio della propria intoccabile statura letteraria e (forse inconsapevolmente) convinto di essere da essa autorizzato a scrivere ogni cosa che gli passa per il capo.
Palomar è il nome di un famoso osservatorio astronomico: come il potente telescopio scruta le stelle e indaga sulla natura dell’universo, così il Signor Palomar si dedica costantemente a osservare i minuti dettagli della quotidianità e a meditare sulla natura dell’esistenza. Un compito che persegue con metodica ostinazione fino a quando decide che si metterà a descrivere ogni istante della sua vita, e finché non li avrà descritti tutti non penserà più d’essere morto. In quel momento muore.

Un saluto dal vostro
Cosimo Piovasco di Rondò

giovedì 30 agosto 2012

Meteore III (Curiosità musicali XVI)

Questa volta ce l'ho messa davvero tutta, nello scovare ricordi introvabili...

Beppe Cardile, chi era costui? potremmo dire, parafrasando il Don Abbondio manzoniano.
Quando lo ascoltai in radio, all'inizio degli anni '60, mi venne spontaneo considerarlo, assieme a Fabrizio De André e a Luigi Tenco, anch'essi esordienti in quel periodo, l'erede di Sergio Endrigo, all'epoca il principale caposcuola, con Gino Paoli e Umberto Bindi, della canzone d'autore italiana.
Invece De André e Tenco sono diventati famosissimi e sono ricordati ancora oggi, di Cardile si persero le tracce dopo pochi anni.
Curiosità: dai miei ricordi ero convintissimo che Cardile fosse genovese, membro della famosa scuola dei cantautori alla quale – Endrigo a parte – appartengono gli altri sopra nominati; nel documentarmi per scrivere questo post apprendo invece che è fiorentino di nascita e livornese (e anche un po' milanese) d'adozione. Strani scherzi della memoria...
Una cover della sua più famosa interpretazione, L'amore è partito, finalista al Festival di Sanremo nel 1965, è la prima incisione di Franco Battiato (che addirittura ancora si firmava Francesco Battiato); lo testimonia uno dei commenti di questo video, lasciato dallo stesso Beppe Cardile.
Nel video sottostante una delle prime incisioni di successo di Cardile, Per piacere del 1963. La somiglianza con Endrigo, Tenco e il primo De André vi appare evidentissima.

 

Richard Anthony, nome d'arte di Richard Btesh, cantante francese di origine egiziana, ebbe grande successo anche in Italia, soprattutto con J'intends siffler le train (incisa anche in italiano col titolo E il treno va), struggente canzone sentimentale su un definitivo addio alla stazione, che divenne un vero e proprio tormentone radiofonico nel 1962/63, cover di 500 miles della folk singer statunitense Hedy West. Forse superfluo ricordare che Franco Battiato, instancabile ricercatore delle più belle canzoni d'epoca, reincise anche questa: QUI una sua versione in duetto con Giuni Russo. Nel video seguente, invece, la versione originale di Anthony del 1962.



Marisa Sannia, scomparsa nel 2008 a sessantun anni di età, è stata giocatrice di pallacanestro di buon livello, cantante di musica leggera, modella fotografica e indossatrice, attrice teatrale e televisiva e sensibile cantautrice in lingua sarda.
Notata nei primi anni '60 da Sergio Endrigo, col quale mantenne a lungo rapporti di collaborazione, ebbe un breve periodo di notorietà culminato col secondo posto conquistato a Sanremo nel 1968 con la canzone Casa bianca.
Il brano presentato nel video sottostante, e di cui fu la prima interprete, divenne invece famosissimo per le versioni di Lucio Battisti nel 1976 e di Vasco Rossi nel 2007.


Non credo esista nessuno, tra i ragazzi della mia età o appena più grandicelli, che non si sia commosso e non abbia riconosciuta la propria solitudine adolescenziale nella canzone Tous le garçons et le filles, popolarissima in tutta Europa (da noi ne circolò anche una versione italiana dal titolo Quelli della mia età) nei primi anni '60. La voce esile, la figura slanciata e i grandi occhi scuri dell'allora diciottenne Françoise Hardy ne fecero ovunque una bandiera generazionale.
Nel video la versione originale francese; QUI, invece, la traduzione del testo.


 Buon ascolto dal vostro
Cosimo Piovasco di Rondò

martedì 28 agosto 2012

A proposito della lingua italiana (VI)

Visto il gradimento della precedente puntata sui modi di dire, presento qualche altra curiosità etimologica alla spicciolata.

Canicola, solleone: termini di stagione praticamente sinonimi, usati anche genericamente nel senso di caldo intenso e soffocante. L'origine di entrambi è tuttavia astronomica, e praticamente coincidente in termini cronologici.
Canicola deriva dal nome latino della stella Sirio (Alpha Canis Majoris), la principale della costellazione del Cane Maggiore e la più brillante del cielo notturno, che i romani chiamavano Stella Canicula; il suo sorgere eliaco (cioè in contemporanea al sole) che si verificava un tempo verso il 20 Luglio (oggi avviene all'inizio di Agosto a causa della riforma gregoriana del calendario), era anticamente associato al culmine della stagione calda.
Solleone è invece riferito alla presenza del sole nella costellazione zodiacale del Leone, che avviene nello stesso periodo, all'incirca tra il 20 Luglio e il 20 Agosto. I due termini sono quindi passati nell'uso comune per indicare il periodo più caldo dell'anno.

Bastardo:  è attestato nella lingua italiana col duplice significato di persona nata da unione illegittima e cane non di razza pura; essendo considerato termine volgare, in questa seconda accezione si tende oggi a sostituirlo con meticcio, voce di origine spagnola che indicava in origine gli incroci tra i conquistadores europei e le popolazioni native del sudamerica.
Negli Stati Uniti è considerato un insulto sanguinoso molto più che in Europa; probabilmente proprio perché quella nordamericana, originata da continui incroci tra europei di varia nazionalità, pellerossa e neri africani, è verosimilmente la popolazione più meticcia del mondo.
L'origine del termine è controversa, i linguisti hanno tirato in ballo le più disparate lingue per spiegarla; dev'essere comunque voce antica, visto che in italiano, spagnolo, inglese, francese e tedesco ha lo stesso suono.
Personalmente sarei favorevole a farla derivare dal basto, la rozza sella che regge il carico degli animali da soma, in particolare del mulo, da sempre emblema di incrocio tra individui diversi, e visto quasi come essere contro natura. Non è un caso che da mulo derivi anche mulatto, termine che indica chi nasce da un uomo bianco e una donna nera, o viceversa.
Bastardo ha assunto nel tempo svariati significati, anche tecnici, riconducibili comunque all'originale: nel medio evo si chiamava spada bastarda un'arma intermedia tra la spada d'armi, leggera e da usare con una sola mano (l'arma tipica dei cavalieri), e il pesante spadone a due mani usato prevalentemente dalla fanteria; in meccanica la lima bastarda ha anch'esse caratteristiche intermedie tra le lime da sgrossatura e quelle da finitura.

Fellone: voce ormai in disuso, che si sente solo in film o romanzi ambientati in epoche antiche; accrescitivo – e quindi peggiorativo – di fello, ancor meno usato (ma cfr. Inferno, XXI, 72: ma el gridò: nessun di voi sia fello!), aveva originariamente il preciso significato di traditore nei confronti del signore al quale deve fedeltà; passò poi ad indicare ogni tipo di persona infida e traditrice, che colpisce di nascosto con l'inganno. "Ah, vil fellone!" è, nei romanzi d'avventura, il tipico grido di chi sia assalito a sorpresa da qualcuno che credeva amico.
Anche in questo caso le interpretazioni sono molteplici, ma a mio parere esiste sicuramente una radice comune con l'inglese to fell e col tedesco fallen (cadere o far cadere), come coi termini italiani falso e fallire.

Marrano: anche questa è voce disusata, se non in senso ironico o fintamente aulico. Benché sia spesso intesa come sinonimo di fellone nel senso di traditore ha tuttavia un'origine tutt'affatto diversa e, una volta tanto, accertata univocamente.
Durante e dopo la reconquista, cioè l'occupazione della Penisola Iberica da parte dei re cristiani che scacciarono i regnanti arabi che vi erano installati da secoli, quella regione era abitata anche da una consistente comunità ebraica, i cosiddetti ebrei sefarditi (da Sefarad, nome che essi diedero alla Spagna); nel XIV/XV secolo, a riconquista praticamente ultimata, gli ebrei furono obbligati dai governanti di Spagna e Portogallo a convertirsi al cristianesimo, e vennero chiamati conversos, cristianos nuevos o anche marranos (probabilmente dall'arabo mu-haram, cosa vietata). Inizialmente il termine non aveva quindi valenza denigratoria, ma cominciò ad assumerla a seguito delle voci che volevano queste conversioni effettuate per pura convenienza, mentre segretamente gli ebrei avrebbero continuato a professare la loro religione. L'odio razziale portò a gravi fatti di sangue tra cristiani e marrani e all'espulsione – o alla fuga – della maggior parte degli ebrei iberici, che si dispersero in tutta l'Europa e nel nord Africa, e fece sì che il termine marrano diventasse sinonimo di persona infida e traditrice, e con tale significato è passato anche nella nostra lingua.

Un saluto dal vostro
Cosimo Piovasco di Rondò